Caricarsi sulle spalle la debolezza: Ambrogio da Milano e la misericordia di Cristo. #clubbersambrosiani #stiliecclesiastici

Questo grande santo, padre e dottore della Chiesa è dono per tutti i cattolici di tutti i tempi; grandissimo teologo ed esegeta, grazie alla sua opera teologica e di vescovo riuscì a propagare l’amore di Dio in tempi molto bui per l’impero romano.

S.Ambrogio inoltre è legato alla tematica su cui stiamo pregando e riflettendo questi giorni: il tema della penitenza. Innanzitutto perché accompagnò in un cammino di penitenza il giovane e irrequieto Agostino, che poi si convertì anche lui al cattolicesimo, diventò prete e vescovo.

Ma sulla penitenza Ambrogio scrive delle parole eterne. Esisteva ai tempi la polemica dei novaziani contro i lapsi, o caduti. Questi erano dei cristiani che per scampare alla morte avevano sacrificato alle divinità pagane, cadendo così nel peccato di idolatria e dividendosi dall’unità della fede con la Chiesa. Secondo i novaziani questi lapsi in nessun modo dovevano essere perdonati e riaccolti nella comunità della chiesa e della fede. Ambrogio aveva una idea diversa e la espone in una bellissima opera intitolata proprio il De Penitentia.

«Chi si propone di correggere i difetti della fragilità umana deve sorreggere e, in qualche modo, soppesare sulle sue spalle la debolezza stessa, non già disfarsene. Il pastore, quello ben noto del Vangelo, non ha abbandonato la pecora stanca, ma se l’è messa in spalla […] Gesù ha avuto misericordia di noi non per allontanarci, ma per chiamarci a sé. Il Signore, dunque, guarisce senza eccezioni, senza riserve.»

 
Ambrogio dunque commenta proprio il passo del Buon Pastore di oggi che si carica la pecorella sulle spalle. Lui conosce tutti noi che siamo le sue pecore e il pastore, e ci dice:

«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.»

Il Signore è il pastore della nostra vita ed egli ci è sempre intimo. Noi apparteniamo a Lui: questo appartenere, come abbiamo detto ieri, non è una forma di dominio o dispotismo. Questo appartenere indica l’intimità profonda. Dio in Cristo sa che tutti noi abbiamo delle fragilità, debolezze, peccati e anche dei piccoli vizi, cioè dei peccati che tendiamo a ripetere in modo meccanico. In quella confessione che facciamo, Gesù è sempre lì a prenderci in braccio, a caricare la nostra umanità ferita, pasticciona e fragile sulle sue spalle.

La confessione è allora certamente il sacramento della riconciliazione, della misericordia e della purificazione che allo stesso tempo dice qualcosa di noi in quanto battezzati.

In un mondo di perfezionismo, idealismo, che costruisce ogni uomo come indipendente e capace di fare tutto da solo, questo sacramento invece ci ricorda che non siamo superman ma sempre dipendenti e bisognosi dell’azione e dell’amore di Dio nella nostra vita.

Per questo che Gesù ha istituito i sacerdoti, affinchè diventino proseguimento e ministero di questa azione di grazia e amore. Scrive agli Efesini:

“Le genti sono chiamate a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo, del quale io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia di Dio, che mi è stata concessa secondo l’efficacia della sua potenza.”

Dunque in tutta la nostra debolezza, anche grazie ai ministri di Dio, riceviamo la grazia per formare tutti insieme il corpo di Cristo cioè la Chiesa e ricevere la promessa della vita eterna.

Chiediamo al Signore il coraggio di lasciarci avvolgere ed accogliere del Buon Pastore, per sentire l’amore incondizionato di Gesù che è stato mandato dal Padre, per unirci eternamente a Lui, e diventare una cosa sola nell’abbraccio trinitario.

fr Gabriele Giordano M. Scardocci OP

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