Streaming della fede.#figlideltuono

Il ricorso intensivo alla tecnologia digitale durante il lockdown, spero avrà convinto gli ultimi irriducibili che il virtuale è reale. L’esperienza maturata ha illuminato il passaggio da una realtà dove persone, animale e cose condividono spazio e tempo, ad una realtà in cui i diversi spazi e tempi sono processati digitalmente e ridotti in unità.

La domanda originaria della teologia, ritorna con forza: si può mediare la fede con la tecnologia digitale? Ovvero quali segni di fede possono essere mediati nel digitale? Alcuni aspetti della fede, come quella sacramentale, si lasciano mediare solo da alcuni segni e solo attraverso un uso particolare.

Questa riflessione meriterebbe più spazio ed interpreti migliori del sottoscritto, per cui mi limiterò ad estrarre alcuni fili dalla matassa teologica, sperando che qualcuno possa tesserli in una trama compiuta.

Lo streaming è stato principalmente liturgico e devozionale. Una recente indagine, ha evidenziato come le trasmissioni abbiano favorito lo sviluppo di un rapporto personalistico della fede, trascurando l’aspetto comunitario. Quanti auspicavano il compimento dell’actuosa partecipatio hanno assaporato la delusione. Occorre rilevare anche un equivoco fra comunione e partecipazione. Ci sono stati casi in cui il lettore era lui stesso in streaming, confondendo comunione, comunità (popolo) e partecipazione.

Siamo giunti impreparati all’emergenza digitale, sia in mezzi sia in cultura, evidenziando tutti i limiti attuali della Chiesa. Nella vulgata magisteriale, Internet non può mediare i segni della fede, così tanti sacerdoti hanno preferito il silenzio, mentre chi ha osato, è rimasto spesso ancorato alla catechesi sacramentale.

Mi sembra di rilevare l’emergere di un sentimento religioso diffuso che trova nella devozione un certo appagamento e, nel fare liturgico, una qualche soddisfazione, ma nulla di incisivo per maturare una fede adulta.

Inoltre, se Internet è il mezzo per raggiungere chiunque, quale occasione migliore per l’evangelizzazione? La chiesa ha scoperto di non saper progettare l’evangelizzazione né di saper usare lo strumento principale di comunicazione. Si è scelto di parlare solo con chi fosse già credente, perseverando nell’equivoco del popolo di Dio oggetto di predicazione anziché soggetto.

Qui si scontrano le due anime della Chiesa. Infatti, riconoscere un ruolo di mediazione ad Internet, apre le porte ad una profonda e dolorosa riforma della catechesi affinché la Buona Novella possa essere predicata con linguaggi e concetti del tempo. Al contrario, negare valore ad Internet rafforza la Chiesa nell’uso di sistemi tradizionali in opposizione alle tendenze culturali dominanti. La soluzione sta nel ricordarsi che la rivelazione è unica ed immutabile, mentre la nostra comprensione di essa è in continuo progresso. Siamo, oggi, davanti ad un progresso tale da richiedere una riforma per attualizzare la teologia?

Finito il lockdown temo la frettolosa archiviazione di questa esperienza. Invece, occorrerebbe una riflessione sulla capacità di mediazione teologica di Internet e sul suo uso per affiancare e sostenere la missione evangelizzatrice della Chiesa.

Edoardo Mattei
Laico Domenicano

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