Don Bosco e il colera (1854): educatore nei contagi. #figlideltuono

Nel corso dell’Ottocento, a più riprese, l’Europa fu colpita da una violenta epidemia di colera, che devastò molti Stati e mieté numerose vittime. Agli inizi di agosto del 1854 il colera raggiunse, fra le altre, anche la città di Torino, sconvolgendone gli equilibri esistenziali e sociali. Sebbene inaspettata, tale epidemia trovò desta la solidarietà della comunità cristiana torinese, che vide sacerdoti, religiosi e laici pronti a prendersi cura dei molti ammalati. Schierato accanto ai più deboli, in una delle zone più colpite – Valdocco – troviamo anche don Giovanni Bosco, un “innamorato cronico” di Dio e dei giovani. Come visse don Bosco l’epidemia del colera? Cosa può dire la sua esperienza alle nostre vite? È don Giovanni Battista Lemoyne, biografo e testimone diretto della vita del santo, a darci qualche informazione di quel periodo tanto difficile. Egli scrisse che, mentre molti fuggivano a gambe levate dalla città, il santo si dedicò a curare e confessare i malati, aiutato dai suoi collaboratori e dai suoi giovani. Infatti, le Memorie biografiche di don Giovanni Bosco, raccontano che il santo raccomandò ai suoi giovani: «Ecco dunque, miei cari figli, i rimedi che vi suggerisco per andare esenti dal colera. Sono i medesimi prescritti dai medici: sobrietà, temperanza, tranquillità di spirito e coraggio. Ma come potrà avere tranquillità di spirito e coraggio chi è in peccato mortale? Io voglio anche che ci mettiamo anima e corpo nelle mani di Maria. Se voi vi metterete tutti in grazia di Dio e non commetterete alcun peccato mortale, io vi assicuro che nessuno di voi sarà colpito dal colera!».

Animato da tal fede, decise perciò di chiedere ai suoi giovani di offrirsi volontariamente all’assistenza degli infermi. Alla sua richiesta dapprima risposero quattordici ragazzi, poi altri trenta e nessuno di loro fu colpito dall’epidemia.  L’Oratorio venne aperto agli ammalati e nei dormitori i letti vennero allontanati fra loro, le camere lavate ogni giorno a fondo con aceto e il vitto distribuito a tutti i bisognosi. La Torino del tempo fu colpita dallo slancio con cui don Bosco e suoi giovani affrontarono quell’epidemia: non cedettero di fronte alla fatica, al caldo torrido, all’aria piena di esalazioni malsane, non persero il sorriso e la gentilezza, anche quando si videro incompresi e perfino presi a sassate, in quanto nulla li rendeva più felici che vivere fino in fondo il precetto dell’amore.

È soprattutto quell’amore a colpire, una realtà non improvvisata, non affettata, non banale, ma frutto di una scelta fedele e provata. Tra le pagine scritte da Lemoyne si legge che, nel corso di quelle giornate faticose e incerte, molti giovani volontari circondavano don Bosco e gli esponevano i propri dubbi, gli manifestavano le piccole mancanze della giornata, gli raccontavano il loro vissuto, delle lacrime che avevano asciugato e del coraggio che avevano infuso e don Bosco se ne stava lì per ore, ad ascoltare l’uno e poi l’altro, rassicurando, incoraggiando, consolando. Insomma, vigeva un’atmosfera di profonda fraternità!

È vero che il Covid 19 ci ha costretto ad una forzata distanza fisica dai nostri cari, ma non ci ha impedito di essere fra di noi fratelli e sorelle. Se i giovani di don Bosco hanno creduto all’amore di Dio è in parte perché tale amore lo hanno visto risplendere in don Bosco, che, abbandonato nelle mani del Padre, divenne padre per tutti coloro che incontrava. Lo abbiamo sentito ripetere molte volte anche a papa Francesco: «c’è un rischio peggiore del virus: l’egoismo indifferente», che infetta il cuore dell’uomo, lo rende cinico e solo, ogni qualvolta che pensiamo che tutto va bene se va bene a me. Mi torna in mente un articolo letto qualche anno fa, in cui il filosofo Roberto Mancini affermava che l’essere umano si realizza solo nel dono di sé, intravedendo nella condivisione l’unico spazio per ri-conoscere sé stessi e gli altri. La storia di don Bosco e dei suoi ragazzi ci apre proprio a questo mistero grandissimo, che dobbiamo far nostro in tutte le circostanze, pena la nostra infelicità, pena il morire d’indifferenza. Scegliere la solidarietà, nella concretezza delle nostre realtà quotidiane, è l’antidoto per non essere contagiati dall’egoismo.

 

Emanuela Maccotta

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