Santa Barbara delle Pizze. Episodio 5. #clubstorie

Episodi precedenti.

1.Episodio 1.

2. Episodio 2.

3. Episodio 3.

4. Episodio 4.

 

5

Quando era diventata Assunta Fiore l’amante dello sbirro?

Nessuno lo sapeva con certezza; molti dicevano che lo fosse già ai tempi di Vico Sergente Maggiore. Fatto sta che di tanto in tanto lo si vedeva girare attorno alla pizzaria, sempre in divisa, con l’insistenza apparentemente discreta che è propria dei ficcanaso di professione.
Quella sera, dopo tanto tempo in cui non si era fatto vivo, era arrivato a sera tardi, quando già Angiolella era andata a dormire di sopra, e Assunta stava cominciando a preparare l’impasto per il giorno dopo; come avesse aspettato che tutti se ne fossero andati, il cappello d’ordinanza in testa, il sigaro in bocca.

– Avete già finito la pasta, donna Assunta?

– Ne tengo ancora un poco, mariscià. Come ve la faccio la pizza?

– A gusto vostro.

Certo, si faceva vedere dai tempi di Vico Sergente Maggiore, ma Assunta non se n’era accorta subito: poteva essere venuto qualche volta a pigliarsi una pizza, sempre a gusto suo, cioè con mozzarella e pomodoro, e un ciuffetto di basilico, come gliela stava facendo ora; ma con tanta gente che veniva, non gli aveva dato la minima importanza.

Se n’era accorta per causa di Angiolella.

Una notte le era piombata in bottega, dopo quasi una settimana che era sparita, reggendosi a stento sulle gambe, bianca più della farina, piangeva come un cane bastonato. L’ho ucciso, strillava, donna Rosaria me l’ha fatto uccidere; Assunta l’aveva trascinata fino al suo letto nel retrobottega, l’aveva fatta stendere, le aveva alzato le gonne con le mani. Le aveva ritirate subito, completamente rosse di sangue, le sottane ne erano pregne peggio che se le avesse inguacchiate di pomodoro, Mamma del Carmine, tanto sangue tutto insieme il corpo minuto di Angiolella non poteva contenerlo! Alle urla di Assunta era accorso proprio lo sbirro, non si sapeva da dove fosse spuntato a quell’ora della notte. Appena l’aveva vista era stato perentorio: questa bisognava portarla subito agli Incurabili, poteva morire dissanguata da un momento all’altro. Aveva trovato chissà come un carrettiere, l’aveva caricata sopra lui stesso, era andato con loro in ospedale; era rimasto là tutta la notte, finché aveva saputo dal medico che Angiolella non sarebbe morta, che erano riusciti a fermare l’emorragia. Quella benedetta figliola aveva subito un aborto, sicuramente fatto da una delle tante mammane che tagliavano a pezzi le cristiane come tagliassero la mozzarella, era salva per miracolo. Per tutto il tempo che era stata agli Incurabili, Angiolella si era aggrappata ad Assunta, l’aveva supplicata piangendo: non mi lasciate, donna Assunta, io non voglio tornare da donna Rosaria, la zoccola non la voglio fare, per carità, pigliatemi con voi. Era stato così che Angiolella aveva cominciato a lavorare in bottega, che era diventata l’angelo custode del forno, con la sorpresa di tutta la via.
Lo sbirro però era scomparso, non si era fatto più vedere. Non che Assunta stesse là ad aspettarlo, sia chiaro: aveva imparato a sue spese che le guardie a volte sanno essere peggio dei guappi, inflessibili nel far rispettare la legge quando ci stanno di mezzo i poveracci senza protezioni alle spalle, e non fanno mai niente per niente, soprattutto se sei una femmina. Quell’uomo in particolare, poi, aveva qualcosa di inquietante: a vederlo sembrava una brava persona, le mani grandi e forti come quelle di Mastro Tore. Ma c’era qualcosa nella faccia, nel lampeggiare degli occhi verdi, nel cipiglio della fronte, nella piega arrogante della bocca sul volto rasato alla perfezione, che le ricordava maledettamente don Michele.

Era ritornato la notte in cui si era presentato in pizzaria l’ “innamorato” di Angiolella, Mimì ‘o cecato. La pazziella era durata troppo, doveva tornare a fare il dovere suo. Dovere che, a quanto le aveva detto la ragazzina, comprendeva per lui tre vestiti nuovi all’anno, anelli e catene d’oro all’onomastico, cibo, sigari e anche l’avvocato quando stava in galera; e tre “servizi” gratis alla settimana. Assunta lo aveva affrontato di petto: si scordasse tutto quanto, Angiolella adesso era una femmina onesta, lavorava per lei, se ne andasse al diavolo e le lasciasse in pace se non voleva perdere pure l’altro occhio. Quello per tutta risposta aveva tirato fuori il coltello e aveva minacciato di scannarle all’istante tutte e due se la ragazza non fosse tornata da donna Rosaria; Assunta aveva impugnato a due mani la pala, decisa a vendere cara la pelle sua e della sua protetta.
In quel momento era comparso lo sbirro, anche questa volta sbucato quasi dal nulla: che sta succedendo? Succede, brigadié, che questa qua vuole lasciare il suo innamorato, si spara le pose da ombrellino di seta ma è solo una stuppagliosa che non vale manco due soldi, controllate pure in questura. Dove mai si è visto? Se non voleva fare la zoccola ci pensava prima. Ma quale zoccola, mariscià? Ma l’avete guardata in faccia? È una creaturella, non c’ha manco sedic’anni.
Lo sbirro si era voltato verso Mimì ‘o cecato, doveva essere una sua vecchia conoscenza.
– Ma che mi fai sentire, Mimì? Qua abbiamo già induzione alla prostituzione di una minorenne, ne tieni abbastanza per due anni e mezzo di carcere e tremila lire di multa. Se non posi quel coltello abbiamo pure oltraggio a pubblico ufficiale, ti pigli almeno altri tre anni dietro le sbarre, e stai sicuro che ti ci sbatto stesso io a calci in culo.

Comandava aspettandosi di essere obbedito all’istante, come don Michele; e infatti Mimì ‘o cecato era fuggito ringhiando, non finisce qua, nennè, i conti li facciamo.

Assunta piegò a libretto la sua pizza nel solito foglio di carta da giornale.

– Favorite, mariscià.

Lo sbirro ridacchiò, una strana curva piegò la bocca arrogante.

– Grazie assai, donna Assunta; e finitela di chiamarmi maresciallo, sono solo brigadiere, se lo sanno i miei superiori mi fate passare un guaio.

Brigadiere Gaetano Maddaloni: era quello il nome che le aveva dato nel caso avesse avuto bisogno. Non vi date pensiero, mariscià, me la cavo da sola, gli aveva risposto Assunta, anche se non si era fatta illusioni: Mimì ‘o cecato e i suoi compari non gliel’avrebbero fatta passare liscia. Per questo non era rimasta più a dormire con Angiolella nel retrobottega, aveva chiesto ospitalità a donna Vincenzella, almeno così non sarebbero rimaste sole. Era stato lì che una notte del fumo nero aveva invaso la bassa finestra della stanzetta svegliandole tutte, e il bambino era corso fuori urlando: – La bottega! La bottega di zi’ Assunta va a fuoco!

A Vico Sergente Maggiore si era scatenata una mezza rivoluzione: tutti si erano precipitati in strada a riempire secchi nel tentativo di domare le fiamme che stavano divorando pizzaria e retrobottega, qualcuno era corso a chiamare i pompieri, ma ci era voluto molto tempo prima che arrivasse almeno una pompa. La rabbia era esplosa, soprattutto tra le donne, e soprattutto tra le ragazze della pensione, che fosse stato Mimì ‘o cecato o qualche altro amico suo ad appiccare l’incendio era sulla bocca di tutti. Quel figlio di buona donna aveva fatto il diavolo una volta di troppo, non potevano togliere loro pure la pizzaria di zi’ Assunta! Un corteo urlante e armato di mazze di scopa si era radunato sotto casa del guappo scagliando verso la sua finestra insulti e maledizioni, perfino pietre e monnezza varia pigliata per strada; insomma, una rivolta in piena regola, come non se ne vedevano da tempo ai Quartieri Spagnoli, e nemmeno le minacce di Mimì in camicia erano bastate a placarla, qua si parlava di dare fuoco a tutto il palazzo con lui dentro. Erano dovute intervenire le guardie coi manganelli, chissà chi le aveva chiamate: molte delle ragazze erano finite arrestate, si era parlato di sedizione, di rissa, alcune che avevano opposto resistenza le avevano pure pigliate sode.

Assunta e Angiolella erano state prese e sbattute in cella: sottoposte entrambe alla visita cerusica, un’umiliazione da non credere, segnalate nel rapporto come “pubbliche meretrici”. Pubbliche meretrici un corno, parola di Assunta Fiore, erano pizzajuole con tanto di licenza della questura, potevano controllare, lei l’aveva rinnovata da poco; perché dietro le sbarre non ci mettevano quel disgraziato di Mimì ‘o cecato invece di prendersela con le femmine? Era un sopruso bello e buono, aveva sbraitato col pugno sul tavolo don Gigino, accorso immediatamente a garantire per lei davanti al delegato, non si poteva finire così per avere fatto un’opera di bene. Eppure, nonostante rassicurazioni e promesse varie, in galera ci erano rimaste la bellezza di una settimana, sempre con la paura addosso che qualche sbirro potesse togliersi lo sfizio: se nessuno le aveva toccate, Assunta lo avrebbe saputo dopo, era perché il brigadiere Gaetano Maddaloni aveva profuso avvertimenti tali da far passare la voglia a chiunque.

Che la pizzajuola fosse l’amante del brigadiere oramai era dato per certo da tutti, e non c’era protesta che potesse convincerli del contrario. D’altronde era stato lui a tirarla fuori di cella; lui a mettere in regola l’assunzione di Angiolella coi documenti e tutto; lui a trovarle la nuova bottega a Vico Baglivo Uries con la stanza sopra, dato che il padrone della pizzaria di Vico Sergente Maggiore, dopo tutta quella ammuina, non aveva avuto nessuna intenzione di rinnovarle la gestione. Certo, nessuno lo aveva mai visto uscire dalla stanzetta sopra la bottega, nemmeno gli occhi da rapaci sempre puntati delle sorelle Russo, ma, si sa, un buon amante è un amante discreto.
Ad Assunta vedersi appiccicato addosso il titolo di femmina dello sbirro non andava giù, per niente: Assunta Fiore non era di nessuno, era libera come l’aria, un padrone, mai più. D’altra parte si meravigliava che il “maresciallo” si contentasse di così poco: mai era venuto da lei a chiedere qualcosa che non fosse una pizza, e non l’aveva mai pretesa gratis, nessuna allusione anche velata. Eppure, a vederlo mentre mangiava, morso a morso, appoggiato all’ingresso della bottega, pareva un’aquila che tiene d’occhio la preda e aspetti solo il momento giusto per lanciarsi su di essa e afferrarla con gli artigli.

– Si vede che avete avuto un buon maestro, – disse finalmente dopo aver finito la sua pizza. – A Porta San Gennaro tutti si ricordano ancora di voi, anche se la bottega di Mastro Tore non è più quella di un tempo. Dicono che siete la sua vera erede.

Assunta sorrise con apparente noncuranza, spezzando con le mani il criscito per ammollarlo nell’acqua salata, mentre cominciava a chiedersi quanto lo sbirro sapesse di lei.

– Non so che vi devo dire, mariscià. So soltanto che per me Mastro Tore è stato il meglio degli uomini, maestro e pure padre. È morto in braccio a me, la morte sua io me la porto ancora addosso.

Egli tirò fuori la scatola di fiammiferi, si riaccese il suo sigaro lasciato a metà.

– Capisco quello che volete dire. Anch’io ho voluto bene a un uomo come fosse stato mio padre, pure se padre non mi era. È stato l’unico che si è preso cura di mia madre, quando nessuno osava nemmeno toccarla, l’ha sposata col giudice e col prete e mi ha dato il suo cognome. Io allora ero un guaglioncello che giocava a fare il guappo, e sarei finito dritto in riformatorio se non lo avessi trovato. Lui mi ha insegnato che il coraggio non ce l’hanno quelli che camminano col rasoio in tasca, che a impugnare un coltello sono buoni tutti: diceva che i veri coraggiosi sono gli onesti, quelli che fanno il loro dovere. È morto prima che mi arruolassi in polizia, e so che lui l’avrebbe voluto. Ma non è la sua la morte che mi porto addosso io.

Aspirò una boccata di fumo e incrociò le braccia, continuando a guardare Assunta che versava poco a poco la farina nell’acqua.

– In realtà un padre ce l’avevo, e a modo suo mi voleva bene, anche se il suo nome non l’ho mai portato, anche se non l’ho mai chiamato papà. Mia madre ha fatto di tutto per tenermi lontano da lui, santa donna, ma quello che don Michele Grifone decideva era legge.

Il cuore della pizzajuola per poco non le sfondò il petto a sentire quel nome, il sangue schizzato dal coltellaccio da macellaio, caldo e appiccicoso, tornò a farsi sentire sulle mani affondate nella martola, che si serrarono a pugno quasi da sole. Conficcò i pugni nell’impasto, alzando gli occhi sbarrati verso l’uomo in divisa col sigaro in bocca: il ritratto sputato del padre, la stessa bocca sfrontata, gli occhi di chi non si ferma davanti a niente. La rabbia le montò alla testa.

– Una mattina lo trovarono morto nel suo letto, con la gola tagliata, in una pozza di sangue, – egli continuò, senza staccarle quei dannati occhi verdi di dosso. – I suoi compari me lo fecero vedere prima che lo portassero via; mi dissero che avrei dovuto farmi giustizia da solo. Credettero fossero stati i Caruso, e solo perché mia madre mi chiuse in casa non andai anch’io; ma non ho mai creduto che l’avessero ucciso loro. Quello non era un modo di uccidere da guappo, nel sonno, con un coltello da carne lasciato ancora lì. È da allora che cerco il responsabile della sua morte, una morte da cui non mi sono mai potuto liberare.

– E l’avete trovato. – Assunta si piantò sulle gambe, senza alcuna paura sfidò quei dannati occhi verdi. Non voleva scappare questa volta, non voleva negare, se doveva andare in galera, pure all’altro mondo, non ci sarebbe andata con la coda tra le gambe. – L’ho ucciso io.

– Lo so, – rispose l’uomo. – Sono sulle vostre tracce da un bel po’; da quando seppi che don Michele si teneva una bambina in casa, una bambina svanita nel nulla. Anche se è stato difficile credere che una bambina fosse capace di uccidere.

– Si meritava solo quello, – mormorò lei, senza nemmeno abbassare gli occhi.

Lo sguardo di lui non si spostò di un dito. – Non posso darvi torto: sono in polizia da anni, e ne ho viste di tutti i colori, ma alle schifezze sui bambini non mi ci abituerò mai.

Assunta si asciugò le mani alla meno peggio con il grembiule.

– Mi volete arrestare?

Lo sbirro scosse la testa. – Di sicuro quattordici anni non li avevate, non eravate imputabile, e ora è troppo tardi per mandarvi dalle monache.

– Mi volete uccidere?

– Se avessi voluto uccidervi avrei lasciato che Mimì ‘o cecato tagliasse la gola a voi e ad Angiolella.

– E allora che volete da me?

L’uomo si avvicinò di qualche passo, gli occhi verdi sempre fissi nei suoi neri. Insolenti, sgarbati, sì, ma sinceri, e senza ombra di odio.

– Vi dico la verità: prima di conoscervi non lo sapevo nemmeno io che cosa avrei fatto se vi avessi trovato. Pensavo soltanto che non mi sareste sfuggita, che presto o tardi vi avrei avuta alla mia portata; avrei potuto rendervi la vita impossibile, togliervi anche l’aria per respirare, farvi scontare quel sangue fino in fondo. Quando vi ho avuto faccia a faccia, però, solo una cosa mi è venuta da chiedervi: cosa potevo fare per ripagarvi di tutto il male che vi ha fatto mio padre.
Per un interminabile istante nessuno dei due parlò. Alla fine Assunta abbassò gli occhi, sulle sue mani incrostate; e le parve che quelle croste non fossero di pasta, ma di sangue. Le strinse forte, come perch’egli non se ne accorgesse; ma subito dopo gliele mostrò, a palme aperte.

– Se vi può consolare, io quel sangue che dite voi lo tengo ancora qua.

Gaetano tirò fuori di tasca il fazzoletto, lo bagnò nel secchio ancora pieno d’acqua per metà.

– Ve lo tolgo io allora, dopotutto è sangue mio.

Lei sorrise nel buio e gli diede le mani, lasciò che il fazzoletto bagnato si portasse via tutto, pasta raggrumata e sangue rappreso; fu come se le fosse stato tolto dalle spalle il peso di due o tre sacchi di farina. Quando Gaetano ebbe finito le baciò le mani, una ad una.

– Ora andate pure a dormire, donna Assunta, sarete stanca. Vi libero della mia presenza.

– Venite un’altra volta a pigliarvi una pizza, mariscià? – gli gridò appresso mentre si allontanava.

Egli si voltò, si tolse il cappello.

– Quando volete, Santa Barbara delle Pizze. E sempre a gusto vostro, ché voi la fate buona.
E scomparve nell’oscurità del vicolo.

FINE

Federica Garofalo

Per rileggere il racconto intero.

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