Santa Barbara delle Pizze. Episodio 4. #clubstorie

1.Episodio 1.

2. Episodio 2.

3. Episodio 3.

 

4

 

Il gruppetto di quattro giovani donne che si avvicinava festante alla pizzaria, sbracciandosi e salutando, aveva un che di pittoresco, di melanconicamente bizzarro: con le ampie gonne, i corsetti allacciati stretti, i grandi scialli avvolgenti dalle lunghe frange, le crocchie adorne di fiori di stoffa, i vistosi cerchi agli orecchi, bracciali, collane di poco valore, sembravano uscite da un quadro; potevano avere la stessa età di Assunta Fiore, alcune forse anche di meno. Ed ecco la pizzajuola e la sua garzoncella lasciare banco e forno e gettarsi nelle loro braccia tra baci schioccanti, come fossero parenti, amiche che non vedessero da molto tempo; eppure venivano regolarmente a Vico Baglivo Uries, quasi ogni mese, di solito la domenica, mangiavano assieme a loro, si trattenevano fino a sera. Le sorelle Russo storcevano il naso, le indicavano a bassa voce. Ma non lo sapete chi sono quelle? Avete visto come si combinano, il rossetto, le sciocquaglie, ne portano tante che paiono madonne di Montevergine? Femmine di mala vita, sissignore, una manica di zoccole, sicuramente quelle della pensione di donna Rosaria a Vico Sergente Maggiore!

Femmine di mala vita, è vero: se ci può essere al mondo una vita mala è certo quella della zoccola. Era una delle prime cose che Assunta aveva imparato da sua madre: una zoccola non ha nessuno che l’ascolta, né in cielo né in terra, serve per fare i comodi degli uomini e basta. Perché gli uomini tengono le necessità, si devono sfogare; e si trova sempre una mala femmina da sacrificare, con o senza la patente della questura.

Femmine di mala vita, è vero. Anche una zoccola è femmina però, anche lei ha olfatto, gusto; anche lei ha le sue voglie, e quando le vengono è peggio di una donna incinta. Così, il profumo che ormai dominava incontrastato a Vico Sergente Maggiore aveva finito per insinuarsi anche tra le persiane sempre chiuse della pensione; prima avevano cominciato i panieri a calare dai davanzali, poi, piano piano, le ragazze a mostrarsi timidamente in bottega, quasi di nascosto, sfuggendo per un attimo la custodia della loro carceriera e i muri che la gente onesta aveva costruito attorno a quel palazzo. Era così che Assunta le aveva conosciute: Rosinella la Maestra (sapeva leggere e scrivere), Annarella la Ricciolella, Gemma la Sfregiata, Flora la Luciana. E poi lei, Angiolella la Torrese, quattordici anni appena compiuti e il viso di bambina.

Femmine di mala vita, è vero: ma qualcuno l’aveva mai chiesto a loro se avessero voluto farla, la mala vita? Se avessero voluto finire confinate in una “pensione” da cui meno uscivano meglio era? Stuprate minimo trenta volte al giorno (come le aveva raccontato un giorno Rosinella) in cambio di due misere lire di cui solo una minima parte sarebbe andata a loro tra ricottari, ruffiane e “innamorati”? Con i nomi schedati in questura, marchiate a ferro e fuoco per il resto della vita, maledette e condannate pure dal santo cui accendevano il lume tutti i giorni? Rosinella era stata messa incinta dall’avvocato da cui andava a servizio e poi buttata fuori; Annarella aveva cominciato a vendersi per aiutare la mamma malata; Flora (in realtà Filomena) ci era stata addirittura spinta dal padre, che aveva bisogno di denari da giocarsi a palla o alle tre carte; Gemma era diventata mala femmina appena era stata sfregiata e ripudiata dal fidanzato per gelosia. Per non parlare di Angiolella, portata con la promessa di un lavoro da Torre Annunziata a Napoli, da una “comare” che su di lei ci aveva cavato ben dieci lire, perché era vergine.

Con la scusa della pizza, le ragazze avevano ricominciato a fidarsi di qualcuno. All’inizio non cercavano altro che quella, un profumo, un sapore che le convincesse di non esser morte, quattro soldi di piacere per chi non sapeva più il piacere cosa fosse. Assunta le stuzzicava, quelle prime volte: come la volete la pizza? Proprio non me lo volete dire che cosa vi piace? Così, a forza di insistere, aveva scoperto che a Rosinella piaceva solo col pomodoro e qualche cappero, semplice e profumata; Annarella era molto golosa di olive, di quelle nere, crude, messe sulla pizza appena uscita dal forno; Gemma la voleva con olio e origano, e molto aglio, era capace di mangiarselo crudo; Flora, da brava Luciana, la preferiva con le alici, le mancava il mare. Ad Angiolella invece piaceva con la mozzarella e il pomodoro, e un ciuffetto di basilico, come a lei. Le avevano aperto il cuore, le avevano svelato i loro gusti, e non solo quelli: nello spazio di quattro o cinque pizze era nata un’intesa, una confidenza che solo chi ha vissuto le stesse sventure può avere. Assunta non aveva dimenticato cosa volesse dire esser venduta, diventare la pazziella di un uomo: di un uomo solo, certo, ma pur sempre pazziella. Quelle povere criste non avevano trovato un Mastro Tore che se ne prendesse cura, erano sole con la loro croce; Assunta se l’era caricata sulle spalle e l’aveva portata insieme a loro.

Nemmeno quando era arrivato il colera le aveva abbandonate.

Un fine agosto era strisciato in città come una serpe velenosa, e aveva cominciato subito a mordere a destra e a sinistra, freddo e spietato; un colera di quelli che i più vecchi si ricordavano ancora, di quelli infami, disgraziati, venuti per uccidere. Sui Quartieri Spagnoli si era scatenato quasi immediatamente, e aveva mietuto tutte le vittime di cui era capace, per primi i bambini; Vico Sergente Maggiore si era mutato in pochi giorni in un cimitero, non si vedeva nessuno in strada, un silenzio di tomba interrotto solo dagli interminabili taluorni delle donne, musica fissa che accompagna sempre le sciagure. In poco tempo non c’era stato lo spazio nemmeno più per le veglie dei morti, con la porta del palazzo mezza chiusa e le finestre rosse della luce delle candele, nemmeno per un funerale decente; passavano i carretti pieni di morti da portare al cimitero dei colerosi, i parenti li caricavano sopra, e buonanotte.

Don Gigino era venuto subito ad avvertire Assunta: doveva andarsene prima che chiudessero il cordone sanitario attorno alla città, quando nessuno avrebbe potuto più entrare o uscire, poteva andare con lui nella sua terra di Sorrento dove l’aria era più salubre, sarebbe stata la benvenuta; era da pazzi starsi là, con il rischio di ammalarsi da un momento all’altro. Da pazzi, sì, don Gigino mio, e per questo Assunta rimaneva: agli altri che non avevano la possibilità di andarsene chi ci pensava? A donna Vincenzella, l’impagliasedie del primo piano, con il figlio di sette anni che era già caduto malato e vomitava sempre? E alle ragazze della pensione di donna Rosaria, esposte per definizione a tutte le malattie del mondo, abbandonate dalla padrona e pure dagli “innamorati”, che si erano affrettati a tagliare la corda? Per la vostra Assunta non dovete preoccuparvi, don Gigino caro: se la morte l’avesse voluta l’avrebbe pigliata molto tempo prima, nel momento in cui il sangue di don Michele le aveva macchiato le mani, o con il corpo di Mastro Tore tra le braccia.
A Vico Sergente Maggiore, i volontari di tutte le croci colorate del mondo non avevano messo piede prima di due mesi, mentre i morti tutto intorno si contavano a centinaia: ed ecco che Assunta Fiore era andata fino da quelli della Croce Rossa, si era fatta pigliare per pazza, aveva preteso che, se loro non volevano andare fin là, le dicessero almeno cosa doveva fare, ci avrebbe pensato da sola. E così la pizzajuola era stata vista girare avanti e indietro per il vico armata di bottiglioni di acido fenico e di secchi di calce; era stata vista riunire le pampuglie che di solito le servivano per il forno davanti a ogni portone e a ogni finestra di basso e bruciarvi sopra zolfo e catrame per pulire l’aria, la pelle bianca e fine aveva raccolto vomito e diarrea. Pure quando nella via si era cominciato, se Dio voleva, a vedere qualche medico e qualche infermiere, Assunta era stata l’unica ad essersi permessa di entrare nella pensione di donna Rosaria, là dove nessuno, nemmeno la Croce Rossa, aveva voluto andare; quelle erano zoccole, se la sbrigassero da sole. Le più cagionevoli di salute, Rosinella e Annarella, si erano già ammalate, le altre se ne stavano là impalate, aspettando la morte che venisse a liberarle; dopotutto cosa avevano da perdere se non la loro miseria? Per poco Assunta non le aveva pigliate a schiaffi: no, così non andava proprio, morire sarebbe stato soltanto un favore ai loro padroni. Era tornata ogni giorno dalle ragazze, in quel casino trasformato in un lazzaretto, le aveva lavate con l’acido fenico, le aveva rimpinzate di aglio crudo, di acqua a litri e di coraggio, le aveva rimesse in piedi una per una.

E questo le ragazze non lo avevano dimenticato: le male femmine sono per definizione femmine di cuore, e se si riesce a conquistare la loro amicizia, la danno per sempre. Quando finalmente le campane del duomo di San Gennaro avevano suonato a festa per annunciare alla città e al mondo che il colera non aveva vinto, che Napoli era stata più forte, dall’Imbrecciata, e precisamente dal fondaco di donna Antonia, dove le ragazze avevano portato Assunta a vedere la “tarantella complicata”, si era levato questo grido:

– Santa Barbara delle Pizze ha fatto il miracolo!

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