Santa Barbara delle pizze. episodio 3. #clubstorie

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A mezzogiorno si faceva sempre la folla al numero nove di Vico Baglivo Uries, pareva che l’intero rione Corsea si fosse riversato là davanti: e non era certo una folla tra le più composte, spintoni, gomitate, proteste ad alta voce si sprecavano. Erano soprattutto donne, stiratrici, fioraie, cucitrici, acquajuole, che approfittavano di un momento libero dal lavoro per riempirsi lo stomaco: e queste raramente si concedevano il lusso di una pizza intera, nossignore, quattro soldi al giorno erano troppi. Il solito quarto da un soldo era più che sufficiente, almeno così si poteva resistere fino a sera. Ed ecco allora Assunta dividersi tra il banco e il forno, e meno male che c’era Angiolella ad aiutarla, altrimenti, con tanta gente tutti i giorni, non avrebbe saputo come fare; non parliamo poi della domenica, quando c’erano le pizze fritte. Pigliate, zi’ Lucia, salutatemi le creature, a voi donna Nunziata, statevi attenta con la schiena, ecco qua zi’ Carolina, mangiate mi raccomando, la creatura in pancia a voi deve crescere.

Quella mattina era arrivato anche don Gigino, le aveva portato le sue soppressate speciali, appena tolte dalla cantina, l’ideale per le pizze fritte, e non gliele aveva nemmeno fatte pagare tanto. Si era fermato pure a mangiare da lei, ci andava quasi ogni settimana. Di solito pigliava la pizza col cacio e la sugna, la stessa che una volta prendeva sempre da Mastro Tore; Assunta gliela piegava a libretto in un foglio di carta da giornale e lui ne faceva due morsi mentre bruciava ancora.

– Ma che tenete, don Gigì, la bocca di pelle di ciuccio? – gli chiedeva sempre ridendo.

– Donna Assunta mia, che ci volete fare? Io la pizza la voglio bollente.

Amico vero e fedele, don Gigino, uno dei pochi uomini che Assunta avesse conosciuto a meritarsi il nome di galantuomo: l’unico che dalla morte di Mastro Tore non l’aveva mai lasciata sola, e non le aveva mai chiesto niente in cambio.

D’altra parte Assunta non aveva cercato la carità, nemmeno da lui. Se n’era andata in silenzio da quella che era stata la casa di Mastro Tore mentre ancora lo stavano vestendo per il funerale: non aveva niente da dire a nessuno, men che meno a quelli che lo avevano fatto morire. Aveva preso con sé solo il suo ultimo regalo, lo scialle nero a rose rosse, e i risparmi raccolti in quegli otto anni, nascosti nella bambola di pezza con la testa di cartapesta dipinta che le aveva regalato per il primo Natale: se avessero saputo dov’erano, le avrebbero preso pure quelli. Non si era più voltata indietro, nemmeno quando aveva sentito la voce furibonda di donna Teresa urlare dalla finestra, privata della soddisfazione di buttarla fuori di persona:

– E vattene, che si mangia pane e onore in questa casa!

A Montesanto non aveva voluto metterci più piede: aveva preso in subaffitto un letto in un basso alla Vicaria, dalle parti della fabbrica di tabacco, aveva comprato focone e padella, si era messa a vendere pizze fritte per strada. Mastro Tore le faceva spesso la domenica, le aveva insegnato a fare anche quelle: lui le ingravidava con un bel ripieno di ricotta e cicoli con provola e pepe, Assunta le preferiva senza i cicoli, a volte li sostituiva con pezzetti di soppressata, e se ci si metteva anche una foglia di basilico era meglio, venivano più profumate. Avevano avuto successo tra gli operai del tabacchificio: anche perché Assunta continuava a servirsi dallo stesso molino di Mastro Tore per il fior di farina e da don Gigino per la roba del ripieno e l’olio per friggere. Cosa che alla pizzaria di Porta San Gennaro non si faceva più.

Sulle prime, don Gigino era rimasto discreto, non le aveva detto niente, ma quando Assunta era andata a trovarlo confessandogli l’intenzione di aprire una bottega tutta sua, appena avrebbe avuto i denari, aveva scosso la testa:

– Figlia mia, che vuoi fare? Ma lo sai quanti denari ci vogliono per aprire una pizzaria tra affitto, permessi e tutto? Tu sei pure femmina e non sei manco maritata, di te farebbero un solo boccone. Sta a sentire a me, trovati un uomo con una posizione e sistemati, tieni vent’anni e sei così bella: ce ne stanno tanti che sarebbero pronti a pigliarti anche senza dote…

In effetti le offerte non le erano certo mancate, dai tempi in cui lavorava da Mastro Tore; senza contare poi gli uomini sposati che le promettevano mari e monti, padroni di negozio, perfino don Alfonso l’avvocato. Se l’avesse voluto, la bottega avrebbe potuto averla schioccando le dita, montata e intestata, ma il prezzo era troppo alto: e Assunta Fiore si era riscattata a prezzo di sangue, mai più avrebbe avuto un padrone, se l’era giurato. Con la mazza in mano o con l’anello al dito, per lei non ci stava differenza.

Lo aveva fissato molto seriamente, gli occhi neri due carboni brucianti d’orgoglio: – Don Gigì, io ho voluto bene a un uomo solo nella vita, e quello è morto, nessun altro potrà mai pigliare il posto suo. Se mi volete aiutare, bene, se non volete me ne resto qua a vendere le pizze fritte fino a quando me ne andrò al camposanto, ma non parlatemi di uomini.

Povero don Gigino, non aveva avuto il coraggio di replicare, era rimasto a guardarla ammutolito.

– Donna Assunta, – aveva detto poi, grave, – voi dovevate nascere coi calzoni.
Poco tempo dopo, le aveva portato la notizia: c’era la possibilità di avere in gestione una pizzaria a Vico Sergente Maggiore, piccola, senza spazio per i camerini, ma con tutto in regola e completa di forno di quattro palmi e mezzo già costruito. Assunta si era subito accesa d’entusiasmo: non era proprio la stessa cosa di una bottega tutta sua, ma poteva essere un inizio. Don Gigino però non gliela consigliava assolutamente: il proprietario, un pizzajuolo che aveva altre due o tre botteghe sparse per la città, aveva voluto fare un ultimo disperato tentativo, tutte le precedenti gestioni, affidate a gente di sua stretta fiducia, erano sempre fallite miseramente. E per un motivo molto semplice: la porta accanto era quella della pensione di donna Rosaria, il termine che usavano tutti per non dire casino. Nossignore, sarebbe finito tutto con una rovinosa sconfitta, e poi era molto pericoloso per una femmina onesta trovarsi porta a porta con quella gente.
Assunta non aveva voluto sapere niente: il giorno dopo si era presentata dal pizzajuolo e si era proposta per gestire la bottega.

L’inizio a dire il vero non era stato dei più incoraggianti: all’inaugurazione c’era pochissima gente, quasi tutti amici di don Gigino; gli abitanti della strada sembravano quasi diffidenti verso l’ennesima apertura della stessa bottega, e gestita da una femmina che per giunta veniva da fuori. Almeno tra loro, nessuno avrebbe scommesso un centesimo che sarebbe potuta durare.
La sfida però era stata accettata, ed evidentemente nessuno di quelli conosceva la capa tosta di Assunta Fiore: il profumo che dalla pizzaria tornata alla vita aleggiava per Vico Sergente Maggiore, aveva fatto rompere gli indugi perfino alle ballerine di fila del San Carlo dal palato fine. La voce si era sparsa rapidamente, era la prima volta dopo tanti anni che nel vico si poteva mangiare una pizza fatta come Dio comanda, roba così si mangiava a Sant’Anna a Largo di Palazzo; e in più la domenica, quando il forno era spento, c’erano delle pizze fritte che a Porta Capuana se le sognavano, una goduria. Assunta aveva finito per essere accolta come avesse da sempre fatto parte del quartiere, e d’altro canto la porta della bottega era aperta a tutti, a tutti dava volentieri confidenza.
D’altronde aveva imparato che i soggetti più pericolosi spesso arrivavano da fuori, e a volte anche in carrozza; gli uomini che venivano alla pensione di donna Rosaria, per esempio. Quella non era certo una pensione di lusso, ma di tanto in tanto entravano impiegati, ragionieri, padroni di negozio, qualcuno si fermava pure da lei una volta fatto il “servizio”, con la scusa di mangiare. Ed erano proprio questi uomini dall’aria educata a rivelarsi poi delle vere bestie, convinti di poter trattare le femmine come prede. Assunta aveva dovuto imparare presto a difendersi da loro, ora che non c’era più Mastro Tore a proteggerla: pazienza finché si trattava di frasi a doppio senso, sguardi insistenti e spiritosaggini varie, bastava rispondere a tono per rimetterli a posto, ma certi allungavano pure le mani! E così aveva imparato a tenere sempre a portata di mano la pala in modo da impugnarla al momento opportuno; una volta l’aveva suonata in testa ad un mascalzone che aveva tentato di alzarle le gonne, costringendolo a battere in ritirata e guadagnandosi le risate e l’approvazione di tutte le donne della via. Per tanta eroica determinazione a difendere il suo onore, Assunta Fiore si era acquistata il soprannome di “Santa Barbara delle Pizze”; a lei avevano finito per rivolgersi mogli battute, fidanzate infelici, fanciulle insidiate. La più grande minaccia che una donna di Vico Sergente Maggiore potesse fare a un uomo era diventata questa:

– E io lo dico a Santa Barbara delle Pizze!

Federica Garofalo

https://clubtheologicum.wordpress.com/2020/03/15/santa-barbara-delle-pizze-episodio-1-clubstorie/

https://clubtheologicum.wordpress.com/2020/03/22/santa-barbara-delle-pizze-2-puntata-clubstorie/

 

 

 

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