Scudo dalle infezioni: Gregorio,l’indomito. #figlideltuono

Carissimi amici clubbers, eccoci arrivati al nostro lunedì “storico”, momento in cui direttamente dalla Storia della Chiesa un santo entra nella nostra quotidianità per raccontarci come ha affrontato e superato un’epidemia. Oggi è la volta di Gregorio Magno, una figura di cui già altre volte in questo blog abbiamo parlato.

Per questo non mi soffermerò sulla sua biografia, ma andrò subito al sodo, ovvero al 590, anno in cui Roma fu colpita da una violenta epidemia di peste, la cosiddetta Peste di Giustiniano. Tale pestilenza, dopo aver devastato il territorio bizantino ad Oriente e quello dei Franchi ad Occidente, aveva seminato morte e terrore anche nei territori dell’odierna Italia.

A Roma fra i primi a perdere la vita a causa della peste fu papa Pelagio II, che morì il 5 febbraio del 590 e fu sepolto in San Pietro. Al suo posto fu scelto Gregorio, ex praefectus urbi, ed ora monaco sul monte Celio. Dopo essere stato consacrato il 3 ottobre 590, il nuovo Papa pensò subito a come debellare il flagello della peste. Gregorio di Tours (538-594), che fu contemporaneo e cronista di quegli eventi, racconta che in un sermone pronunciato nella chiesa di Santa Sabina, Gregorio invitò i romani a seguire, contriti e penitenti, l’esempio degli abitanti di Ninive, i quali, posti dinnanzi al loro peccato, sollevarono fiduciosi gli occhi a Dio e si convertirono. Il papa, infatti, non considerava la peste solo come una terribile disgrazia, tanto è vero che fece di tutto per combatterla, ma guardava ad essa come un’occasione per tornare all’amore autentico, per liberarsi dalle realtà inconsistenti e scegliere la parte migliore. Nel suo “Commento a Giobbe”, modello biblico che proponeva ai suoi contemporanei, affermava: «Che cosa dunque siamo in questa vita noi tutti che seguiamo la verità, se non l’aurora o l’alba? Poiché facciamo già alcune opere della luce, ma in alcune altre siamo ancora impigliati nei rimasugli delle tenebre». A suo parere, dunque, l’uomo che soffre cercando Dio, sta in una fase di transizione, che terminerà di certo nella luce.

E per raggiungere quella luce Papa Gregorio decise di organizzare una litania settiforme, cioè una processione dell’intera popolazione romana, divisa in sette cortei, secondo il sesso, l’età e la condizione sociale. La processione mosse dalle varie chiese di Roma verso la Basilica Vaticana, accompagnando il cammino con il canto delle litanie. È questa l’origine delle cosiddette Litanie maggiori della Chiesa, o rogazioni, con cui preghiamo Dio di difenderci dalle avversità.

Gregorio di Tours, nell’Historiae Francorum (liber X, 1) racconta che i sette cortei muovevano attraverso gli edifici dell’antica Roma, a piedi nudi, a passo lento, il capo coperto di cenere, in modo incalzante e accorato. E, sempre secondo le cronache del tempo, mentre la moltitudine percorreva la città, immersa in un silenzio sepolcrale, la pestilenza arrivò a un punto tale di furore che, nel breve spazio di un’ora, ottanta persone caddero a terra morte. Tuttavia, Gregorio non cessò un attimo di esortare il popolo perché continuasse a pregare e volle che dinanzi al corteo fosse portato il quadro della Vergine conservata in Santa Maria Maggiore, che la tradizione attribuisce all’evangelista san Luca. La Leggenda aurea, di Jacopo da Varazze, che è un compendio delle tradizioni trasmesse dai primi secoli dell’era cristiana, racconta che man mano che il corteo si avvicinava a San Pietro, l’aria diventava più leggera e salubre. Giunti al ponte che collegava la città al Mausoleo di Adriano, allora chiamato Castellum Crescentii, d’improvviso scesero dal cielo schiere di angeli che cantavano quelle che sarebbero diventate le parole del Regina Coeli, l’antifona con cui nel tempo pasquale la Chiesa saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore. Dopo che il canto fu terminato, Gregorio guardò in alto e sulla cima del castello vide la grande figura armata dell’Arcangelo mentre asciugava la spada dal sangue e la riponeva nel fodero. La peste era finita. Ecco perché i romani cominciarono a chiamare la Mole Adriana “Castel Sant’Angelo” e, a ricordo del prodigio, posero in cima al castello la statua di san Michele, capo delle milizie celesti, in atto di rinfoderare la spada.

Per Gregorio – e per molti – quel giorno non rappresentò solo la liberazione da una terribile malattia, ma anche il passaggio interiore dall’aurora al pieno giorno, ossia da una vita mediocre, individualista, falsa, inconsistente, ad una vita che si abbandona nelle mani di Dio. E se imparassimo anche noi a considerare questo difficile momento come un’aurora, oltre la quale si sta già avvicinando il pieno giorno? E se fosse anche per noi un’occasione per ricentrare la nostra vita?

 

Emanuela Selene Maccotta

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