Santa Barbara delle pizze. Episodio 1. #ClubStorie.

Santa Barbara delle Pizze.

Novella napoletana di Federica Garofalo

 

Parte 1.

 Per chi si fosse addentrato a Vico Baglivo Uries, nell’antico rione Corsea, dall’alba fino a sera inoltrata, giungeva ad accoglierlo un profumo capace di resuscitare i morti. E bastava che il visitatore chiedesse a chiunque di cosa si trattasse, la risposta era sempre la stessa: bello mio, queste sono le pizze di Assunta Fiore! Così finiva che nessuno potesse lasciare il quartiere senza passare per quella botteguccia tutto sommato modesta al numero nove, sormontata dall’insegna con la scritta “Pizzaria Giuditta”; sissignore, e bastava vedere la faccia di chi ne usciva ancora leccandosi le dita per capire di cosa stiamo parlando.

Le pizze di Assunta Fiore erano ormai un’istituzione nel rione, una cosa sacra che univa i suoi abitanti, si poteva litigare anche ferocemente sul resto, ma su questo erano tutti d’accordo: roba speciale, sopraffina, meglio delle pastiere di Pasqua, meglio delle sfogliatelle di Santa Rosa; che uscissero dal forno o, la domenica, dalla grande padella piena di olio bollente, erano sempre profumate e fragranti come fiori appena colti, mai bruciate, mai troppo unte, una vera sciccheria, da non lasciare nemmeno il cornicione. Dentro o sopra, a seconda se fosse una pizza fritta o al forno, ci si poteva mettere di tutto, dalla ricotta con provola e pepe ai cecenielli e alle alici, mozzarella, olio con aglio e origano, o cacio con sugna e basilico, roba di prima qualità. E pomodoro, tanto pomodoro, a fiumi, quando era stagione, di quello rosso e corposo che a solo sentirne il profumo si muore; di quello che somiglia al sangue.

E, in mezzo a tutto questo ben di Dio, eccola, Assunta Fiore, la camicia ormai del colore della farina, avvolta nel suo grande scialle nero a rose rosse la domenica, il grembiule sempre annodato in vita, le maniche rimboccate e le braccia affondate nella martola di legno ad impastare, o sul banco ad ammaccare il batocchio di pasta stagliata per dare alla pizza la sua forma, con quelle mani lunghe e sottili che ogni uomo con occhi per vedere avrebbe dato l’anima per sentirsi addosso. Più di un poeta ne aveva cantato i grandi occhi neri, la bocca rossa di ciliegia, la pelle bianca e fine il cui profumo faceva girare la testa almeno quanto quello delle sue pizze; più di un pittore aveva bramato imprigionarne su una tela o su un foglio di carta le forme così piene e sinuose da poter rendere perfino inutile il sostegno del corsetto. Bastava ascoltare il suo richiamo simile ad un canto che annunciava le pizze calde, bastava guardarla mentre lavorava per sentire la tristezza scappar via; perché era bella, Assunta Fiore, e la tristezza non poteva stare vicino a lei.
C’erano poche gioie in una strada come Vico Baglivo Uries: oscura e densa già nell’aspetto, di notte ancor meno rassicurante, le case alte e cadenti come alveari traboccanti di gente e di rogne. E, si sa, le rogne sono come il lievito, il criscito di pasta acida: ne basta una piccola quantità, camuffata nell’acqua col sale pestato e sciolto dentro (la farina si mette dopo), e in mezza giornata soltanto ha contaminato tutta la pasta. Nessuno conosce questo lievito meglio dei poveri, degli straccivendoli, dei carrettieri e dei cocchieri, dei garzoni e delle lavandaie, degli scugnizzi e delle zoccole: forse soltanto loro hanno lo stomaco abbastanza forte per digerirlo, chissà, proprio perché è così vuoto. Un giornalista aveva scritto che la pizzaria “Giuditta” aveva trasformato quel vico nero come la notte in un cielo stellato; nel suo forno, sorvegliato dalla fedele Angiolella dal viso di bambina, scomparivano rogne, tristezze e malinconie, Assunta non le sopportava e sapeva sempre come farle andare via. Gli uomini si contentavano di riempirsi gli occhi di lei e la bocca delle sue pizze: pochi si permettevano di più, l’innamorato ce l’aveva già, e uno di quelli che non conveniva mettersi contro. Le donne invece potevano passare ore intere davanti alla bottega, ormai diventata a tutti gli effetti il confessionale del quartiere: nessuno sapeva ascoltare le disgrazie degli altri come Assunta, e nessuno come lei sapeva offrire un consiglio, un’imbeccata, o semplicemente una parola di conforto, oltre ad una segretezza più sicura di quella del prete. E, sicurezza per sicurezza, qualsiasi donna non solo del rione Corsea ma di tutta Napoli e di tutto il mondo, poteva stare certa che mai si sarebbe ritrovato il marito nel letto della stanzuccia sopra la pizzaria, e non per paura del famoso innamorato; semplicemente perché Assunta Fiore queste cose non le faceva, anzi, non sopportava gli uomini che tradiscono, e, se lo veniva a sapere dalla moglie, era la prima a conciare il marito con tutti i sacramenti. Come non sopportava gli uomini che picchiano le donne, tanto da essersi guadagnata la fama di angelo vendicatore con in pugno, invece della spada o della lancia, la pala per infornare la pizza; e la sapeva usare, altroché, si raccontavano interi poemi su fior di energumeni ridotti con un occhio nero dalla pala giustiziera. Non era per niente che l’avevano soprannominata “Santa Barbara delle Pizze”.

A dire il vero, interi poemi su Assunta Fiore spuntavano nel rione come funghi, a cominciare dalla scritta sull’insegna, così insolita per la bottega di una pizzajuola: perché “Giuditta”? Chi era Giuditta? Che fosse quello il vero nome di Assunta Fiore? O era una madre o una sorella cui aveva voluto dedicare il suo lavoro? O una figlia perduta? Alcuni che dicevano di sapere qualcosa, le sorelle Russo per la precisione, le due bizzoche del terzo piano del numero ventisei, insinuavano addirittura che Assunta Fiore avesse esercitato l’onorato mestiere (sissignore, la sua precedente pizzaria era porta a porta con la pensione di donna Rosaria a Vico Sergente Maggiore), e che Giuditta fosse stato il suo nome di battaglia.

Assunta, dal canto suo, ascoltava tutte queste storie con un sorriso amaro sulle labbra, mentre condiva la sua pizza preferita, quella con la mozzarella e il pomodoro, e un ciuffetto di basilico; il pomodoro, denso e vermiglio, dall’odore asprigno, che tinge di rosso le dita. Come il sangue.

Come il sangue di don Michele, sprizzato dal coltellaccio da macellaio, caldo e appiccicoso, macchiandole le mani. Era fatto a vino assai, quella notte, era piombato sul letto e si era addormentato senza spogliarsi; senza toccarla; senza accorgersi del lungo coltello nascosto dentro il cuscino. E lei, Assunta Fiore, anni dodici, lo aveva afferrato per i capelli con una mano e con l’altra gli aveva tagliato la gola. Come aveva visto nel quadro che avevano regalato da pochi giorni a don Michele per il suo onomastico facendolo crepare dalle risate, dove c’era una donna che scannava un uomo tenendolo per i capelli. Era lei Giuditta. Gliel’aveva detto stesso il pittore: la santa Giuditta che tagliava la testa di un uomo cattivo di cui non ricordava neanche il nome; ricordava solo che aveva la faccia del rivale di don Michele, quello dei Caruso, quello che da mesi andava dicendo a destra e a sinistra che l’avrebbe scannato.

Invece il nome di don Michele se lo ricordava, eccome. Michele Grifone, don Michele ‘o chianchiero, non chiamato “il macellaio” soltanto per la grande bottega alla Pigna Secca, caposocietà di Montesanto, padrone assoluto del quartiere, solo a sentirne il nome si doveva tremare come quelli che avevano la malaria. Era a lui che l’aveva venduta la madre, zoccola a Montesanto. Anche se Assunta aveva solo dieci anni, lui la voleva lo stesso: i denari ce li aveva e la creatura avrebbe fatto la zoccola comunque; meglio in casa di don Michele, al caldo e ben nutrita, che in mezzo alla strada. Si sa, la figlia di una zoccola, senza un centesimo, può fare solo quella fine. Ed è altrettanto risaputo che con i denari si può avere quanto si vuole. Anche una bambina. Non che Assunta si ritenesse più disgraziata di tante altre, già era stata fortunata a non prendere la scrofola, molti dei bambini con cui giocava ci erano morti; ma due anni in casa di don Michele avrebbero ammazzato anche una zoccola indurita, figuriamoci una bambina mai toccata da uomo fino allora. Quando le capitava ancora di pensare alla prima volta in cui don Michele l’aveva piegata, effondeva tutta l’amarezza che le saliva in corpo ammaccando un batocchio, almeno da quegli schiaffi ci usciva la forma di una pizza. Rivedeva la faccia di pietra che le si era piazzata innanzi, come nemmeno la guardasse; risentiva la voce nera che aveva mutato la rabbia in terrore; soffocava nell’impasto il bruciore delle piaghe che le mani assassine le avevano lasciato nella carne, anche peggio delle cinghiate e dei colpi col bastone da passeggio, peggio del sigaro spento addosso. Forse peggio di quelle mani c’erano solo i due grossi cani mastini, il suo incubo più grande in quei due anni di schiava bambina.

Non c’è niente da fare, una femmina è come un buon impasto: se vuoi che ti riesca bene devi trattarlo con cura, versare piano piano la farina nell’acqua, accarezzandola con la punta delle dita, impastare a lungo, senza violenza, e aspettare fino in fondo che abbia finito di lievitare. Don Michele non avrebbe potuto fare il pizzajuolo, mai e poi mai: lui voleva tutto subito, e povero chi non obbediva. Sasà invece era tutta un’altra storia: lui sì che aveva la pasta del pizzajuolo, anche se era un semplice ambulante. Certo, ridotta com’era, Assunta avrebbe potuto mangiarsi sana sana anche una pizza andata a male, bruciata o di quelle per niente lievitate che ti si mettono sullo stomaco; ma certe cose una femmina le sente a pelle. E all’ambulante poco più grande di lei, che passava ogni giovedì con il ruoto in testa, non era stato necessario inventarsi chissà cosa: erano bastati la sua bocca di miele e i suoi verdi occhi di mare per far venire l’acqua in bocca a chi non aspettava altro se non essere amata. Sì, Sasà aveva bocca di miele e occhi di mare, e ad Assunta dodicenne, dietro la finestrella con la grata dello stanzino giù nel sottoscala, era sembrato un angelo volato fuori da un presepio. Non c’era stato nemmeno un bacio tra di loro, una volta sola Sasà le aveva sfiorato la mano aggrappata alla grata, aveva intrecciato le dita alle sue, in un contatto che aveva il sapore di una promessa. Ti porto via, le aveva detto, appena quello gira gli occhi vengo e ti porto via, vieni a stare con me, quello non ti trova più. Ad Assunta non importava cosa dicesse, le bastava parlasse perché si sentisse il cuore pieno come la luna, e la luce inattesa di quel neonato amore giungeva a scaldarla nella sua prigione diventata ora senza muri, quasi che potesse liberarsi con un soffio e volare via in qualunque momento.

E invece a volare via era stato lui, Sasà. Il giovedì non lo aveva visto più chinarsi alla sua finestrella, e lei tosta inchiodata lì, aggrappata alla grata ad aspettare. Così l’aveva sorpresa don Michele, comparso come un lampo nel buio.

– È inutile che aspetti, disgraziata: mo’ è carne per i miei cani. Nessuno mette le corna a don Michele.
In quell’istante la paura era svanita per sempre, mutata in odio. In quell’istante aveva saputo che doveva ucciderlo, non contava come. Se voleva spezzare le sue catene, doveva ucciderlo. E il come glielo aveva mostrato proprio Giuditta, una donna che scannava un uomo tenendolo per i capelli, nel quadro regalato a don Michele per il suo onomastico. Giuditta le aveva indicato il prezzo della sua libertà, prezzo di sangue. Aveva rubato il coltellaccio da macellaio dalla cucina e lo aveva nascosto dentro il cuscino. E in una notte di vino e di ebrezza, notte di delitto senza luna, la bambina aveva scannato il padrone. Il sangue le era colato sulle mani, caldo e appiccicoso, e le aveva tinte di rosso. Come il pomodoro.

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