Dio e la paglia. #rigans montes

Università di Parigi, 1256: fra Tommaso d’Aquino, dell’Ordine dei predicatori, pronuncia la prima lezione inaugurale del suo magistero dottorale, commentando in modo straordinario il v. 13 del Salmo 103: «Rigans montes de superioribus suis – Colui che irriga i monti dalle sue alte dimore». Alcuni giorni prima – così Fr. Guglielmo di Tocco, biografo del futuro Santo, ci narra – il cancelliere dell’Università chiede formalmente al priore del convento domenicano di Parigi di ordinare, a nome suo, «a fr. Tommaso di prepararsi senza opporre difficoltà a ricevere il magistero in teologia, nonostante la consuetudine secondo la quale si sarebbe dovuto dare la precedenza ad altri».

 

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San Tommaso mentre espone il Rigans Montes in un affresco recentemente scoperto a Santa Maria Novella, Firenze.

 

Il risultato di questa ‘lezione’ inaugurale fu impressionante: contenutisticamente, San Tommaso la dedicò ad una appassionata esposizione di cosa sia la dottrina spirituale, chiamata più spesso sacra doctrina (oggi diremmo “teologia”); dal punto di vista dello stesso neo-maestro in teologia, si rivelò un vero programma di vita per sé stesso, in quanto gli ricordò l’eccellenza e la ‘soave gravità’ dell’ufficio che si stava apprestando ad inziare. Il Rigans montes fu, infatti, un trampolino di lancio per una riflessione dell’Aquinate sulla teologia e sui suoi contenuti che durò per tutta la vita, da Parigi sino a Fossanova.

Nel cercare di ripercorrere la riflessione tommasiana della teologia e del lavoro dei teologi, vorrei assumere come chiave di volta del discorso ciò che mi disse un saggio padre appena arrivai nel convento della Minerva, dopo il noviziato; e cioè che chi intende dedicarsi allo studio della teologia, debba essere ben consapevole della sua singolarità a livello di genere di sapere e anche della sua incomparabilità rispetto alle altre scienze. Una sentenza più che vera, se si considera il fatto che queste ultime ‘nascono’ dall’esperienza o si elaborano in forza delle evidenze del «lume naturale della ragione» (S. th. I, q.1, a.1), mentre la ‘sacra doctrina’ inizia oggettivamente dalla e grazie alla Rivelazione divina, che ben sappiamo “eccede” la natura umana, e soggettivamente dall’aderire alla fede. San Tommaso aveva ben chiara questa differenza, dalle prime battute del suo discorso: «Alcune verità della sapienza divina sono alte, e ad esse tutti arrivano, sebbene in modo imperfetto», dal momento che «la conoscenza che Dio esiste è insita in tutti naturalmente, e a questo proposito Gb 26,25 dice: Tutti gli uomini lo vedono, ciascuno lo scorge da lontano». Già siamo in presenza di un’affermazione chiara e interessante allo stesso tempo: nella natura dell’uomo è innata una certa conoscenza di Dio. Altre verità, prosegue il Santo, riguardano Dio e si trovano ad un livello superiore e «alle quali sono arrivati solo gli ingegni dei sapienti, condotti dalla sola ragione.»

Questi due gradi di verità costituiscono una sorta di ‘impalcatura’ filosofica della sacra dottrina, senza la quale quest’ultima, con le sue verità ‘altissime’, non troverebbe ‘corpo’, non troverebbe, cioè, quella possibilità di linguaggio con cui esprimersi; ragion per cui credo che con una buona filosofia si possa fare un’altrettanta buona teologia, senza che questa, a sua volta, sia alle dipendenze di una filosofia.

E quando più tardi nel Super Boetium de Trinitate  (I, 2, 3, c. 2) scriverà che «la sacra dottrina si fonda sulla luce della fede e […] la filosofia sulla luce naturale della ragione», aveva sicuramente ben presente quando nel Rigans montes si pronunciò dicendo che le verità teologiche «altissime, trascendenti ogni ragione umana» costituiscono la teologia come scienza, il cui contenuto – dirà all’inizio della Summa theologiæ – è noto unicamente «lumine divinæ revelationis, mediante la luce della divina rivelazione».

Se restiamo alla Summa e leggiamo approfonditamente l’art. 1, notiamo che è fondamentale per la teologia, in quanto ad essa, San Tommaso dà lo statuto di scientia, che prende in senso aristotelico di «cognitio certa per causas.» E se ai tempi di Tommaso, ad esempio, Alessandro di Hales considerava la scientia sacra come una cognizione affettiva ordinata a muovere la volontà al fine, o Robert Kilwardby come scienza in senso generale, per l’Aquinate è ‘vera’ scienza perché ha un proprio campo di indagine (Dio), suoi principî proprî (gli articoli di fede), una sua propria luce (la rivelazione divina), un suo metodo proprio (il principio di autorità); essa suppone la fede del teologo, in quanto è per la fede che l’uomo aderisce agli oggetti della Rivelazione. La teologia è scienza, certamente; ma nello stesso tempo è subalternata alla scienza di Dio; in tal modo si vuole esprime la dignità, ma anche i limiti: «essa non ha l’evidenza dei suoi principî, ma li crede; e questi principî sono evidenti a Dio e ci sono comunicati da Lui, che è Verità assolutamente infallibile».

Fr Giovanni Ferro OP

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