Le due estasi del frate domenicano

Il padre Antonine Dalmace Sertillanges nel suo splendido “La vita intellettuale” offre una meditazione sullo studio e sul ruolo dello studioso.

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“Lo studioso è un consacrato. Deve volere ciò che vuole la verità. Consentire per essa a mobilitarsi, a fissarsi in essa, a organizzarsi e inesperto, a valersi dell’inesperienza degli altri. (La vita intellettuale. 25).” In quanto consacrato, anche il frate domenicano cerca di avere un vero e proprio rapporto di Amore Sapienziale con Dio Eterna Sapienza. Questo significa consacrarsi totalmente alla Verità secondo la prospettiva data da Sertillanges: “Collaborare umilmente a perpetuare la sapienza tra gli uomini, a raccogliere l’eredità dei secoli, a provvedere al presente le regole dello Spirito, a scoprire i fatti e le cause, ad orientare gli occhi incostanti verso le mete supreme, a ravvivare, se occorre, la fiamma che declina, ad organizzare la propaganda della verità e del bene” (p. 29) Questo è il progetto che Dio prospetta per ogni studioso consacrato. Il frate predicatore è chiamato, nel suo piccolo, proprio a questo rinnovo del mondo mediante lo studio. Plausibilmente i primi poveri, cioè privi di Cristo, gli indigenti nella Spiritualità e nella Dottrina, in una parola gli intellettuali atei ritengano le verità del Cattolicesimo frutto di una meditazione non più attuale: sarebbero cioè concezioni della morale e dell’esistenza passate di moda. Invece “La Verità è sempre nuova […] Tutte le antiche verità vogliono rifiorire. Dio non invecchia. Bisogna aiutarlo a rinnovare […] il volto dell’Eterno sulla Terra.” (p.32) Questo cammino di consacrazione sapienziale prevede una vera e propria estasi. Per estasi si deve intendere il senso greco originario di questa parola: έξ ίστημι, cioè una vera e propria uscita da uno stato di immobilità del soggetto. A proposito di questo, sempre Sertillanges scrive: “Ecco il lavoro profondo: lasciarsi penetrare dalla verità, esserne dolcemente sommersi, annegarvisi, non più pensare che si pensa, né che si esiste né che nulla esiste al mondo, al di fuori della verità stessa. Questa è l’estasi beata […] è l’atteggiamento della contemplazione e della produzione feconda” (p. 120). Nella vita religiosa consacrata, il circolo veritativo ha un fondamento: tutte le ricerche partono dalla Salda Verità per uscire dall’accidentalità e muoversi dinamicamente verso l’Essere Dio. È Dio che muove e guida il frate. Così illuminato e condotto dalla Luce Divina egli tenta, in tutta una vita, a muovere grandi passi nel rapporto con Gesù Cristo. Questo cammino prevede una “doppia” estasi: innanzitutto una uscita dall’io per giungere in Dio e unirsi a Lui. Si prosegue con una seconda estasi. L’io da egoistico è divenuto agapico, pieno di Amore Sapienziale. Ma deve uscire da questa semplice intimità col Signore senza mai perdere il legame continuo con la fonte dell’Eterna Sapienza e Carità. Questo al fine per portare Lui al mondo e agli intellettuali atei. Il primo movimento estatico avviene appunto con lo studio, il secondo invece con la predicazione dottrinaria.

La prima estasi, la contemplazione mediante lo studio conduce ad una unione mistica con Dio.

La seconda estasi prevede che giunti a Dio, è necessario portarLo agli altri. Senza mai perdere il legame con Lui, la vocazione intellettuale chiede di diventare un canale di Sapienza che al contempo necessita un continuo rifornimento di Verità. Se agli indigenti materiali si porta il pane e il companatico per il corpo, ciò è necessariamente un bene, agli indigenti spirituali si porta il Pane e il Vino della Verità.

“Il prossimo per l’intellettuale è l’essere che ha bisogno di verità, come il prossimo del buon samaritano era il ferito della strada. […]” (p . 59) “L’intellettuale del mio sogno è l’uomo di una sapienza larga e variata che prolunga una specializzazione posseduta a fondo; […] lo si ritrova identico davanti a Dio, davanti ai suoi simili e davanti alla domestica, ricco di un mondo di idee e di sentimenti che non si traducono soltanto in libri e in discorsi, che si effondono nella conversazione amichevole e guidano la sua vita” (p. 198).

In questo servizio di vita intellettuale e sapienziale è necessario di serbare anche quella umiltà (secondo uno dei Sedici Precetti  di Tommaso D’Aquino Altiora te ne quaesieris, “non sforzarti di raggiungere cose troppo alte” poichè possono condurre alla Superbia) che il Signore, unico Maestro e Teo – logo, conservò sempre: infatti quello che il frate domenicano dona agli studenti, ai fedeli, agli uditori e ai lettori è sempre un misero poco rispetto al reale Oceano che è la Verità del Dio Trinitario.

Proprio in questo Oceano Sapienziale egli si lascerà sommergere, annegare, fino al naufragio completo. Facendo proprie i versi di Giacomo Leopardi, ne L’Infinto, il frate predicatore potrà dire con gioia “E il naufragar m’è dolce, in questo mare.”

Gesù dolce, Gesù amore

Fr Gabriele Giordano M. Scardocci OP

 

 

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